Una famiglia con i remi in mano

Pare quasi una questione di DNA, ma alcune persone sono riuscite a trasmettere la passione per il loro sport non solo ai figli, ma anche ai nipoti.
In casa Canottieri, un esempio brillante di questo legame familiare e sportivo ci arriva da Mario Felter e Rocco Tonoli, entrambi classe 1939. Il loro amore per il canottaggio ha attraversato le generazioni e plasmato i caratteri, diventando quasi un metodo educativo.

1958 - Mario Felter (primo a sinistra) e Rocco Tonoli (a destra) nella vasca di voga della Canottieri

La storia della loro grande famiglia ci ha colpito non solo per il furore agonistico, ma anche per la determinazione con cui tutti interpretano la passione per il remo.
Per questo abbiamo voluto incontrarli e sentire la voce dei protagonisti.
In apertura di questa intervista abbiamo voluto inserire un albero genealogico-sportivo della famiglia: uno strumento indispensabile per orientarsi tra le opinioni di un gruppo così folto.
Come vivete in famiglia questa passione in comune?
Sara Felter: Diciamo pure che spesso il canottaggio è l’argomento principe delle nostre cene. Ci diamo consigli e ci confrontiamo, un po’ come se fossimo a metà tra una famiglia e una squadra agonistica.
Chi ha dato il via a questa tradizione?
Sara: Mio padre Mario, sebbene avesse praticato per tanto tempo il nuoto, ha sempre avuto nel cuore il canottaggio e, più o meno velatamente, ci ha indirizzati verso questo sport. Tra noi fratelli Felter ha iniziato Francesco, il maggiore, e io l’ho seguito. L’allenatore dell’epoca era Alfredo Beretta, ma ricordo che un’estate mi ha allenata mio padre e, con un vecchio Ford rosso della Canottieri, mi ha accompagnata persino al Meeting Nazionale a Cagliari, dove sono arrivata al secondo posto. Ma erano altri tempi, i numeri femminili erano minori e in tutta la regione ci giocavamo le selezioni in tre.
Matteo Felter: Nostro padre ci ha mandati tutti alla Robur di Barbarano a fare atletica, ma poi tutti e cinque siamo finiti in Canottieri. Con l’allenatore Beretta si era creato un bel gruppo e non ci fermavamo solo per l’allenamento, ma passavamo ore e ore in Canottieri a giocare a calcio finché non faceva buio. Il canottaggio è uno sport di squadra, ma quando sei in singolo, lì sei tu con te stesso. Ricordo ancora la paura che mi assaliva prima di arrivare alla linea di partenza dei 2000 metri. Allo start però iniziavo a dare palate senza pensare a nulla.
La capacità di affrontare la paura è stato il grande insegnamento che ho ricevuto, me ne accorgo anche ora che sono chef di un hotel a 5 stelle. Ho praticato e pratico tanti sport, ma il canottaggio è ancora il migliore, perchè quando raggiungi la tecnica, la vogata e lo svincolo perfetto, tutto il tuo corpo è in movimento e ti senti in pace con te stesso. Un tutt’uno con la barca, i remi e l’acqua. Tanti lo credono uno sport solo di forza, ma la tecnica lo rende elegante. Come tutti gli sport individuali ti insegna un rigore che ti aiuta nella vita, non fa nulla dove arrivi, ma l’importante è che tu ce l’abbia messa tutta.


Luca Tonoli - attuale consigliere della Canottieri e responsabile della sezione canottaggio:
Ho praticato canottaggio agonistico dalla 5^ elementare fino al termine delle superiori. Mi piaceva perchè è uno sport di fatica, che si pratica all’aperto e in squadra. Il ricordo che ancora mi emoziona è legato alle uscite invernali con la nebbiolina sul lago, quando sentivi solo la barca scivolare sull’acqua.
Sara, quanto ha influito la tua passione nella scelta dei tuoi figli?
Io e mio marito Amos li abbiamo lasciati liberi di scegliere, ma devo ammettere che quando hanno avuto un momento di indecisione ho cercato di indirizzarli, come aveva fatto mio padre con me. Tutti hanno provato altri sport, ma quando hanno iniziato con dei corsi estivi di canottaggio non hanno avuto più dubbi.
Chi ha dato il via a questa passione familiare nell’ultima generazione?
Sara: Vittoria (Tonoli, pluricampionessa italiana e medaglia d’argento al mondiale Junior 2018 a Racice CZE, ndr) ha iniziato per prima e sia per la tenacia che per risultati ha trasmesso un entusiasmo tale da contagiare tutta la famiglia. Ora, oltre ai nostri figli, anche io e Amos siamo nella squadra Master.
Vittoria, tu sei stata la trascinatrice del gruppo, come vivi questa responsabilità?
Anche in questo caso il vero responsabile è stato mio Nonno Mario. È lui che mi ha convinta a lasciare la danza per il canottaggio e io, fin da subito, mi sono dedicata a questo sport con passione, senza risparmiarmi. Ho fatto tanti sacrifici, d’estate mi svegliavo alle 6.30 e andavo a Idro per allenarmi, ma non mi è mai pesato.
Devo dire grazie anche a Elio, il mio mental coach. Quando mi spiegava il “no testa” al momento non capivo, ma poi i suoi insegnamenti mi sono serviti tantissimo.
Ora ho problemi alla schiena e quindi ho anteposto allo sport la salute, ma spero di poter trasmettere la stessa passione anche agli altri ragazzi della squadra.
Anche tu Pietro, come tua sorella, hai provato altre strade ma poi hai scelto il canottaggio.
Prima facevo scherma a livello agonistico, ma lo vivevo più come un gioco, non ero coinvolto fino in fondo. Mi affascinavano invece gli allenamenti che faceva Vittoria, così ho deciso di tentare.
Io, magrolino e piuttosto esile, per una serie di coincidenze ho iniziato subito come agonista sulla barca di punta, ma anche se ero cento passi indietro rispetto agli altri non mi sono dato per vinto e ho dato tutto. Con Stefano Melzani abbiamo fatto un bel passo avanti.
Questa determinazione mi è servita poi anche nello studio e mi ha insegnato a gestire il mio tempo per farlo fruttare, sempre con dedizione e sacrificio.
Ora per l’università ho dovuto smettere, ma durante il lockdown ho aiutato le mie sorelle con gli allenamenti e so cosa significa l’angoscia dei test a tempo e qualche volta mi chiudevo in camera perchè mi saliva l’ansia!
Costanza, tu eri la più reticente, quasi faticavi ad entrare in Canottieri. Ora però hai lasciato la pallavolo e ti sei fatta contagiare, cosa è successo?
Io non sopportavo proprio il canottaggio, in casa si parlava sempre di quello e una volta, durante una dimostrazione a scuola, ho addirittura finto di avere male al ginocchio pur di non salire sul remoergometro. Non si poteva andare in vacanza se non dove si svolgevano le gare di Vittoria. Poi però ho capito che senza queste occasioni, non avrei visto certi posti e quest’anno i tre giorni che facevamo a Piediluco per il Meeting Nazionale, evento clou della stagione, mi sono mancati. Così, dopo sette anni di pallavolo, l’anno scorso anche io ho ceduto.
Matilde, come hanno fatto a coinvolgerti?
Per otto anni ho fatto danza, ma d’estate ero libera quindi, spinta da Vittoria, ho partecipato a un corso estivo e poi ho proseguito. Certe volte mi dico “ma chi me lo fa fare?” ma poi penso alla squadra e a quanto l’allenamento serva per sfogarmi.
Come è possibile gestire allenamenti giornalieri così duri con gli impegni scolastici?
Amos: Ad ogni riunione per l’inizio di una stagione sportiva c’era sempre qualche genitore che dimostra perplessità in merito, ma da padre di quattro figli che hanno fatto e fanno attività agonistica ad alti livelli posso dire con certezza che grazie al canottaggio hanno imparato a gestire il loro tempo e a farlo fruttare, non sprecandolo. 
Pietro: Quando hai dei tempi fissi, non puoi permetterti di fare altro. Abbiamo imparato cosa significa impegno e dedizione, ma soprattutto saperci porre degli obiettivi che puoi raggiungere solo con dei sacrifici. Di questo possiamo solo ringraziare lo sport. 
In conclusione: cos’ha il canottaggio di così speciale?
Pietro: Il canottaggio è speciale perché è uno sport completo. Lo è dal punto di vista tecnico e da quello fisico perché fin da subito, quando inizi a praticarlo, vedi continui miglioramenti che ti spronano ad andare avanti. 
Sara: Ti educa al dolore fisico, alla fatica e al sacrificio. Così, quando le mani si riempiono di piaghe e d’inverno devi patire il freddo e l’umido, vai avanti e raggiungi il tuo obiettivo perché hai imparato a non mollare. 
Noi ci siamo riusciti anche perché alla Canottieri abbiamo trovato un bell’ambiente e buoni allenatori, ma anche un’ottima organizzazione e la giusta rigidità educativa.