Stefano Melzani, nuovo direttore sede: diventare grandi in Canottieri

Stefano Melzani in Canottieri si può considerare a tutti gli effetti figlio d’arte. E questo non solo in quanto figlio del past president a cui ora è intitolato il nostro porto, ma perchè è cresciuto respirando aria e Canottieri e ne ha conosciuto e vissuto ogni aspetto.
All’età di 3 anni fa il suo primo tuffo in piscina, fa parte della squadra agonistica di nuoto fino ai 18 anni, per diventarne poi istruttore di 2° livello. Dopo una laurea in scienze motorie, nel 2011 consegue anche il brevetto di allenatore di canottaggio, entrando di fatto nell’organico della squadra. Nel 2015 diventa responsabile tecnico della sezione, portando due atlete fino alle medaglie mondiali, e dal 2017 collaboratore nazionale. Da inizio anno riveste il ruolo di direttore della sede sociale e del porto, mantenendo il suo ruolo di responsabile tecnico del canottaggio.
Di certo gli argomenti di cui parlare non mancano ma, oltre a congratularci per il suo percorso, da atleta, istruttore, responsabile tecnico a direttore, abbiamo voluto farci raccontare qual è la sua visione della Canottieri.
Cosa significa per te essere diventato direttore della sede della Canottieri?
Si tratta del coronamento del mio percorso. Avevo chiaro fin da subito, quando ho deciso di lavorare in ambito sportivo, che mi sarei dovuto reinventare e, avendo avuto una carriera da allenatore molto veloce, percepivo che presto qualcosa sarebbe cambiato. Questa proposta  è stata una bellissima sorpresa, che mi ha regalato un ruolo più stabile. Già negli ultimi anni dovevo seguire la squadra e l’attività anche da un punto di vista gestionale, corsi, trasferte e rapporti con fornitori, genitori e istituzioni. E’ stato un passaggio e un’evoluzione quasi naturale.

Quale momento ti ha emozionato di più in questi anni?
Professionalmente il ricordo più forte è stata la vittoria del titolo italiano di Laura Meriano e Vittoria Tonoli nel 2- Junior all’Idroscalo di Milano nel 2017. Il canottaggio è uno sport particolare, è infatti quasi più facile partecipare a un evento internazionale che vincere un titolo nazionale. Laura aveva già vinto nella stagione precedente una medaglia mondiale in equipaggio con altre atlete, ma era la prima volta che a vincere era un equipaggio tutto nostro, allenato da me. L’idroscalo ha un campo di gara tale che ti consente di seguire le regate in bicicletta e mi ricordo che quel giorno ero da solo in bici con le mie emozioni. Fin da subito era chiaro che avremmo vinto, così senza cronometro e senza ansia mi sono goduto il momento, come in uno stato di beatitudine.
Ho vissuto quella vittoria come una liberazione e ancora oggi quella sensazione mi fa emozionare, più di tutti gli altri titoli, forse perchè è stato il primo da allenatore e in quel momento ci siamo resi conto di quello che avremmo potuto fare dopo!
Il fatto che tuo padre, Mauro Melzani, sia stato per la storia di questa società un consigliere e presidente decisivo tanto che gli è stato intitolato il porto, come ti fa sentire?
Non mi metto a confronto perchè perderei in partenza! La sensazione è strana. Mio padre ricopriva un alto livello dirigenziale, ma in famiglia non abbiamo mai avuto la percezione dell'importanza della sua figura lavorativa, perché ci mostrava solo il suo lato umano, straordinario anche quello, senza mai farci pesare le sue responsabilità. Tra i faldoni che ora apro in Canottieri trovo spesso suoi scritti e appunti ed è bellissimo scoprilo anche sotto questo aspetto. Sono fiero di quello che ha costruito quanto di quello che ha saputo trasmettere e di certo farò di tutto per seguirne l’esempio. Sono consapevole che l’essere cresciuto in questa società e conoscere l’ambiente e lo spirito Canottieri mi abbia agevolato. Mi si è aperta una strada che solo due anni fa non mi sarei mai aspettato di percorrere. Ho cavalcato l’onda e ora sono direttore.

Finora hai lavorato in ambito sportivo, adesso dirigenziale amministrativo. E’ cambiato il tuo modo di affrontare le sfide? Credi che il tuo percorso ti sia d’aiuto?
Senza dubbio è cambiato il mio atteggiamento. Da allenatore e sportivo sono stato sempre impulsivo e ho sempre preferito affrontare le cose di petto. Con il mio nuovo incarico, pur mantenedomi fedele alla mia natura, devo imparare a essere soprattutto diplomatico. Nel ruolo precedente avevo raggiunto una certa autonomia, ora invece ho un consiglio direttivo con cui interfacciarmi e collaboratori con cui confrontarmi.

Avendo operato in più ambiti, cosa pensi del mondo Canottieri?
Proprio perché la considero la mia seconda casa, potrei essere un po’ di parte. La popolazione salodiana non si rende sempre conto di quanto la Canottieri sia presente sul territorio e di quanti servizi offra ai cittadini. Spesso viene vista come un ambiente chiuso e poco accessibile e questo è un peccato. Al contrario, per come la vivo dall’interno, percepisco un grande impegno e condivido tutti gli alti obiettivi che trasmette, soprattutto quello di diventare sempre più aperta e trasparente. Su questo punto, in particolare, credo che dovremo impegnarci ancora di più per trasmettere la nostra passione, la dedizione ma anche l’attaccamento alla nostra società. 
Nella sua costante crescita di numeri e attività, la società ha certo perso parte della sua unità, discipline sportive comprese, ma tutto è recuperabile e già con la Notte delle Stelle - serata annuale dedicata alla premiazione di tutti gli atleti - si è riusciti a creare un grande momento di riunione. Faremo in modo che non rimanga un evento unico, ma che nascano nuove occasioni.

Ci sono nuovi progetti in vista per porto e sede?
Come diportista ho il vantaggio di poter guardare la situazione anche da un altro punto di vista. Uno dei miei obiettivi è quindi quello di sfruttare i mesi invernali per lavorare e restituire ai diportisti che tornano per la stagione un porto continuamente rinnovato, con piccole ma costanti migliorie che ci aiutino a trasmettere un'impressione di cura e attenzione alle esigenze e alle proposte dei soci. Sebbene la lista d’attesa per avere un posto barca sia sempre corposa, non possiamo aumentare il numero degli ormeggi, ma possiamo offrire una sempre elevata qualità del servizio e dimostrare che siamo attenti a rendere il porto un posto in cui i soci abbiano voglia di trascorrere il proprio tempo libero.

Quali sono i tuoi obiettivi come direttore?
Fondamentalmente mi pongo due obiettivi. 
Il primo è quello di consolidare l'attuale equilibrio tra promozione dell'attività sportiva e gestione professionale di tutte le nostre strutture. È una conquista ottenuta negli ultimi anni di gestione e credo che vada preservata. Dalla metà degli anni ‘90 le squadre sportive in Canottieri hanno raggiunto il picco dei risultati; nel decennio successivo la società si è concentrata sulla gestione amministrativa e degli impianti, in particolare la creazione dell’attuale porto, perché era il momento giusto e necessario per dare una svolta decisiva che permettesse di investire di più nelle nostre squadre. Negli ultimi quadrienni queste due componenti si stanno piano piano riunendo. Non lo so ancora bene come, ma spero di riuscire a fare viaggiare questi settori su binari paralleli e che abbiano entrambi sempre sufficienti risorse.
Il secondo obiettivo, passata questa emergenza sanitaria, è di riprendere l'organizzazione di eventi che sappiano coinvolgere tutta la nostra società e generare entusiasmo e partecipazione. Conservo ancora il ricordo di regate come l'Ecoservizi Trophy che, quando ero piccolo, tutti attendevano con impazienza. Ecco, mi piacerebbe che si potesse ritrovare la stessa complicità e unione.

Quale è la tua strategia di successo?
Non ho una strategia, piuttosto la tendenza a non sentirmi mai completamente preparato per il ruolo che ricopro. Questa sensazione mi porta a studiare continuamente, documentarmi e ragionare prima di agire. Come tecnico la capacità di instaurare un rapporto umano con gli atleti è stata la chiave, perchè non esiste un programma di allenamento perfetto, dipende da come gli atleti lo interpretano e la capacità dell’allenatore di comunicarglielo. 
E’ fondamentale capire le sensazioni e le necessità di ogni atleta, instaurando un rapporto di fiducia. 
Anche qui, quando ho iniziato, non mi sentivo all’altezza, ma l’assenza di atleti di grande esperienza mi ha aiutato a non sentirmi giudicato. Nel tempo siamo riusciti a creare una squadra di livello e io ho continuato a imparare, crescendo con gli atleti.
Perché questo è il vero segreto: atleti forti fanno un allenatore forte. 
Non basta però avere un equipaggio vincente, solo quando ne hai tanti capisci che il tuo metodo è quello giusto.