Massimo Ruffini oltre ogni limite

Massimo, da tutti chiamato semplicemente “Ruffini” ma con la erre rafforzata, è il responsabile della sezione Triathlon della Canottieri.  

Si definisce aperto e solare ma molto selettivo, soprattutto con le persone, per questo ci mette tempo a dare confidenza.

E’ lui l’ideatore e il promotore - grazie ad un’idea originale nello storico nucleo Bull Ring - del Triathlon Sprint Città di Salò, l’evento più impegnativo che da tre anni la Canottieri organizza. Ad ogni edizione ha lanciato nuove sfide e ha spostato sempre un po’ più in là i nostri limiti, lasciandoci all’inizio un po’ perplessi, ma insegnandoci che lavorando insieme duramente i risultati regalano soddisfazioni e grandi emozioni.

A settembre dello scorso anno un ictus l’ha costretto a tre mesi di ospedale e altrettanti di fisioterapia, con all’orizzonte un percorso ancora lungo e spesso ripido per raggiungere l’obiettivo. Ma lui è il “Ruffini”! 

Ha grinta da vendere e l’ha sempre dimostrato, ora più che mai. 


Il Triathlon è sempre stato il tuo sport?

Il mio sport è sempre stata la corsa, poi un problema all’anca mi ha costretto alla protesi. Nel corso della riabilitazione ho praticato sia il nuoto che la bici, quindi piano piano dal 2009 mi sono avvicinato al triathlon.

Che cosa ti manca della corsa?

Mi manca libertà dei luoghi in cui la pratichi, la montagna. Da bambini, io e miei compagni, partivamo da casa nostra (Salò) e correndo andavamo o al Tabellone - che i miei coetanei ricorderanno - o sul Monte Pizzoccolo, un percorso molto impegnativo, ma questo era il vero divertimento! 

A che livello sei arrivato nella corsa e nel triathlon?

Nella corsa è il tempo che conta, non tanto la vittoria. Ho raggiunto tempi di buon livello e ho partecipato anche a importanti competizioni italiane. Nel Triathlon invece, considerata anche la mia età,  si guardano i risultati di categoria e qualche podio l’ho conquistato. Questa passione per la “triplice” mi ha portato a diventare istruttore nel 2012 e successivamente allenatore nel 2016, ma non finisce qui…. ho anche altri progetti in testa.

Che cosa ti piace del triathlon?

Mi piace soprattutto l’ambiente, è molto rilassato. Il fatto che molti si avvicinino a questa disciplina in tarda età, la trasforma in una sfida personale più che contro un avversario.
In gara gli atleti sono quindi meno competitivi rispetto alla corsa. Anche se il mio cuore batte ancora da runner, ora sceglierei comunque il triathlon, perché l’agonismo consuma il fisico, ma anche i rapporti.

Si pensa al Triathlon come ad uno sport massacrante, ma quanto ci si deve allenare?

Il Triathlon sembra uno sport estremo, ma in realtà non lo è. 
Gli atleti praticano almeno due discipline al giorno per un’ora e mezza, mentre nel weekend svolgono allenamenti combinati di due discipline. Non fai mai tutte e tre nella stessa sessione, solo in gara si svolgono tutte insieme, ma si combinano gli allenamenti in modo che si sviluppi l’adattamento fisico allo sforzo delle tre discipline consequenziali.
Esiste uno schema motorio per ogni disciplina: si parte infatti dal nuoto in cui si svolge un’attività motoria in orizzontale, poi si passa alla bici in posizione eretta e poi alla corsa. La difficoltà della sequenza tra bici e corsa è che nel ciclismo si effettua un movimento concentrico, mentre nella corsa eccentrico, apparentemente contrario l’uno all’altro. Spesso quindi gli atleti vanno in affanno nella corsa perché mantengono le frequenze del ciclismo, che sono molto più alte.

L’emozione più grande che hai provato?

Quando ho fatto da atleta-guida a Stefano Petranca, al Triathlon Sprint Città di Salò.
Stefano è un runner ipovedente salentino che già conoscevo e piano piano sono riuscito ad avvicinare al triathlon. Per me è stata la prima esperienza come atleta guida nel triathlon e per lui è stato il primo triathlon da non vedente. Guidare una persona non vedente ti dà una grossa responsabilità. E’ stata una sfida sia per lui che per me.

Come sei diventato atleta-guida?

Una ragazza di Brescia doveva essere l’atleta-guida di un ragazzo sardo per i Campionati Italiani di mezza maratona FISPES, ma non se la sentiva di accettare una tale responsabilità, così ha chiesto a me. Avevo già fatto da atleta-guida con atleti ipovedenti per una società di Roma e avevo partecipato a gare di corsa in tutta Italia, e perciò ho accettato la sfida!

Essere un’atleta guida non è semplice, devi innanzitutto avere un tempo migliore rispetto all’atleta che accompagni perché è fondamentale essere molto lucido durante la gara per poter descrivere il percorso senza commettere errori. Dare indicazioni e comandi è più semplice se ci si conosce, ma purtroppo non sempre è possibile. Ho fatto da atleta guida anche per Annalisa Minetti quando si stava allenando per Londra 2012, in concomitanza di un suo concerto a Salò. 
Tanti corrono, ma tanti hanno paura a guidare un atleta ipo o non vedente, a me invece è venuto naturale fin da subito. Ti senti responsabile e condividi con l’atleta le sue paure ma anche le sue gioie e la soddisfazione condivisa al traguardo è impagabile!

“Atleta guida...io corro con te tu guarda per me...grazie...lo sport é un diritto per tutti..” Cit. Stefano Petranca

Qual è la maggiore difficoltà con cui ti sei confrontato nello sport?

Faccio fatica a darmi un limite. Ho sempre teso al massimo, spesso esagerando e ignorando i campanelli d’allarme, pur di ottenere risultati migliori. Il problema è che allenarti diventa come un’ossessione e non riesci a smettere, è un limite dei runner e dei triatleti. 

Cosa intendi per esagerare?

Ero arrivato a correre per 100 Km a settimana, mi allenavo sette giorni su sette. Avevo dolori alle articolazioni ed ero stanco, ma non riuscivo a fermarmi. 

In famiglia come vivono questa tua passione?

Mia moglie e le mie due figlie non capiscono tutta questa mia dedizione, loro hanno un’idea di sport diversa e migliore della mia, ossia lo vedono finalizzato al benessere. Io invece lo vivo come agonista, col perenne desiderio di superare gli altri e me stesso. Ma in molti casi sono state loro tre schierate a farmi capire che era ora di rispettare i miei limiti.

La soddisfazione maggiore?

Da gennaio ho iniziato la fisioterapia quotidiana  in Poliambulanza a Brescia e la questione trasporto avrebbe potuto essere un problema, ma ho ricevuto moltissime offerte di aiuto da parte di parenti, amici, colleghi e compagni di squadra. E’ nato così il gruppo Whatsapp “Taxi per Poli”, una chat con 57 persone e un calendario condiviso con i turni mensili per accompagnarmi. Sinceramente mi ha stupito vedere quante persone si siano date da fare per me, e c’è anche chi si offende se non compare nell’elenco! Ho imparato che le soddisfazioni migliori vanno oltre il risultato di una gara!

Ci sono stati momenti di sconforto?

Eccome se ci sono stati, soprattutto di fronte agli infortuni. Tutte le volte ricominciare da zero è una bella sfida, inevitabilmente ti confronti con i risultati precedenti, ma fortunatamente la motivazione ha sempre prevalso, quella stessa motivazione che poi trasferisci nella vita normale per affrontare sfide ancora più difficili.

Quale consiglio ti piacerebbe dare ai nostri atleti?

Si pensa sempre di poter fare tutto, è giusto così e magari lo puoi anche fare, ma siate sempre onesti con voi stessi e rispettate i vostri limiti.
Anche se è difficile, e sono il primo a far fatica, cercate di vivere lo sport in maniera sana!


Anche il Campione del Mondo di Duathlon Huber Rossi incoraggia il nostro Massimo Ruffini (minuto 16)