Giorgio Bolla diventa Giudice Internazionale World Sailing

 
Giorgio Bolla, veronese d’origine ma ormai salodiano d’adozione, in vent'anni di Canottieri ha ricoperto molti ruoli: consigliere, vicepresidente, presidente per due mandati consecutivi, direttore sportivo, responsabile vela. Dallo scorso ottobre è diventato anche Giudice Internazionale World Sailing, una carica importantissima e particolarmente prestigiosa, che in Italia è ricoperta da pochissime altre persone.
Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come ha raggiunto questo obiettivo.

Come mai hai deciso di diventare Giudice Internazionale?
Quando regatavo volevo vincere le proteste. Era quindi necessario conoscere bene le “Regole di Regata della Vela”, uno dei regolamenti sportivi più lunghi e difficili da interpretare, anche per ragioni linguistiche. Infatti la nostra meravigliosa lingua dantesca fatica a rendere concetti e sfumature di un gergo tecnico da specialisti, di fatto pensato e scritto con la fluidità dell’inglese.
Per una sorta di contrappasso ora è toccato anche a me tradurre la nuova versione del regolamento, dopo il consueto aggiornamento che avviene ogni quattro anni.

Come si diventa International Judge (IJ)?
È un percorso lungo e impegnativo; inizia con l’esame da Ufficiale di Regata Zonale, poi viene quello da Giudice Nazionale, ma quello da IJ è di un altro pianeta. L’esame è davvero selettivo: solo scritto, in 2 ore devi rispondere a 60 domande a risposte multiple e fare due proteste, il tutto in inglese. È suddiviso in tre sezioni, se non ne superi anche una sola, sei eliminato. Devi avere una perfetta conoscenza del Regolamento, delle sue interpretazioni (il “Libro dei Casi”)  e delle decine di Q&A pubblicate; tutto di fronte a una commissione composta da IJ di altissimo livello, gente che è stata alle Olimpiadi. Una volta superato l’esame, viene il difficile; bisogna partecipare ad almeno tre eventi di alto livello internazionale (Mondiali / Europei), dove i colleghi ti valutano sotto diversi profili; se non ottieni ogni volta il massimo dei voti, sei fuori.

Il ruolo che hai raggiunto è certamente molto prestigioso. In Italia sono solo una decina le persone che attualmente sono arrivate allo stesso livello. 
Quando contano oggi i giudici nella vela?
È un ruolo particolare e diverso a quello rivestito tipicamente dagli arbitri nelle altre discipline. Partiamo innanzitutto dal fatto che il nostro è uno sport che nasce dalla tradizione dei lord inglesi, in un contesto dominato dal senso dell’onore e della correttezza. Da qui deriva appunto la natura della vela di self-policy sport, in cui ci si aspetta che i regatanti si auto-disciplinino, e cioè che rispettino e facciano rispettare le regole. Noi non interveniamo a fronte di un’infrazione, ma il nostro ruolo consiste nel dirimere le contese che hanno origine da una chiamata di protesta, formando un pannello che celebra un vero e proprio processo sportivo secondo regole codificate. Inoltre, dalle Olimpiadi di Barcellona del 1992, si è rafforzato il controllo in acqua dei regatanti, per verificare che non diano propulsione alla barca con il proprio corpo e compiano solo azioni marinaresche usando la forza del vento e dell’acqua nel condurre la barca. In sostanza quindi, credo che la professionalità dei giudici sia destinata inevitabilmente a crescere, non solo per la quantità e complessità delle regole, ma anche perché l’evoluzione tecnologica porta a barche sempre più veloci, e questo accresce la difficoltà nel comprendere un incidente e la protesta che ne può conseguire.

 
Quali sono le qualità di un buon giudice?
La conoscenza teorica è indispensabile, ma non sufficiente. Ci sono altri due aspetti fondamentali: il saper fare e il saper essere. Il primo è la capacità di interpretare il proprio ruolo senza incertezze, ponendosi di fronte ai regatanti con autorevolezza e competenza, mai con spocchia – guai a lasciar spazio alle provocazioni o a comportamenti inappropriati degli atleti! Perdi il controllo della regata e accadono disastri! Il saper essere consiste invece nell’agire con sereno equilibrio; non puoi permetterti di essere remissivo, e il protagonismo è bandito. Tenere insieme tutte queste caratteristiche è una sfida, ma è il modo più efficace per sostenere le proprie posizioni senza farsi schiacciare nel contesto internazionale, dove devi fronteggiare atleti di profilo olimpico, agguerriti e preparatissimi, e colleghi di grandissima esperienza.

Possiamo dire che ai giudici è richiesta sempre maggiore efficienza?
I giudici devono sempre essere efficaci ed efficienti. Efficaci perché devono prendere la decisione corretta in base alle regole, efficienti perché lo devono fare nel minor tempo possibile. Dopo una giornata in acqua, torni a terra e magari hai dieci proteste: non puoi perdere tempo, devi mantenere concentrazione e lucidità. Una decisione errata può falsare l’esito di una regata o di una campionato; immaginate cosa può significare in una regata olimpica.

C’è qualcuno che ti ha ispirato o incoraggiato in questo percorso?
Tre persone. Primo, Giorgio Battinelli; Giorgio, socio benemerito della Canottieri e International Race Officer, è stato Caposezione degli Ufficiali di Regata della XIV zona FIV per sedici anni - lui mi ha dato le motivazioni per crescere come giudice, quindi sua è la “colpa”. Poi Luigi Bertini; Luigi è uno dei due migliori IJ in Italia ed è il Rule Advisor della squadra olimpica italiana – lui ha il merito, avendomi preparato per mesi e mesi all’esame. Infine Riccardo Antoni; Riccardo per otto anni è stato il designatore unico degli UdR ossia il “boss” degli ufficiali di regata italiani – lui è stato il primo a pensare che potessi diventare IJ e ha iniziato a mandarmi ai grandi eventi all’estero.

Cosa ti emoziona di più di questo nuovo ruolo?
Innanzitutto il confronto con i miei colleghi, tutte persone di altissimo livello e competenza, che arrivano da ogni parte del mondo. Quando mai ti capita di stare con persone che arrivano contemporaneamente da Vladivostok (9 ore di aereo da Mosca!) dal Sud Africa, dall’isola di Guadalupe, dalla Croazia e così via? Un ambiente stimolante, dove ho imparato tantissimo incontrando personaggi straordinari. Inoltre essere immersi nella vela agonistica di alto livello è una grande emozione e io lo considero un privilegio. A chi capita di trovarsi in gommone, dentro a un campo di regata affollato di medaglie olimpiche e campioni del mondo, e vedere le loro manovre a pochi metri?



Ti spaventano gli errori?
No: il giudice dotato di buon senso che si accorge di aver commesso un errore ha sempre l’opportunità di rimediare. Anzi, chi ha l’umiltà di correggersi viene apprezzato nel nostro ambiente; come dicevo, l’obiettivo è l’efficacia, ossia la decisione corretta. Il resto non conta. I protagonisti del giuoco sono e restano i concorrenti, non i giudici.

Hai dei progetti in particolare?
Mi piace molto occuparmi di formazione, l’ho fatto per la nostra Zona ed è probabile che venga coinvolto in progetti nazionali. Si tratta di insegnare agli ufficiali di regata non solo una migliore conoscenza del regolamento, ma anche il saper fare e il saper essere. Affinché le “piantine” crescano dritte fin da subito.



In conclusione: da Ufficiale di Regata Zonale a Giudice Internazionale come è cambiata la tua visione dello sport?
Io ho una visione romantica dello sport. In uno degli ultimi canti dell’Iliade Omero racconta che Achille, per i funerali di Patroclo, indice dei giochi agonici: è la prima descrizione al mondo di un evento agonistico. Achille lo fa per purificarsi dopo essersi macchiato dell’uccisione barbara di Ettore, facendo scempio del suo corpo. Un gesto che lo aveva precipitato sotto il livello della pietas e che richiedeva quindi un atto di compensazione. Lo sport nasce quindi per risalire da un abisso, una voragine nella quale l’umanità può cadere.
In questo metterci metaforicamente in contatto con una dimensione sovraumana, permettendoci di essere noi stessi al nostro meglio, credo risieda la vera essenza dello sport. In questo contesto noi dobbiamo comportarci meglio che nella nostra vita normale perché abbiamo l’occasione di innalzarci e avvicinarci alla dimensione divina, di realizzare quel mondo ideale nel quale vorremmo vivere.